Anna Pavlova, l' aristocrazia della Danza

Anna Pavlova con il cigno Jack nella casa di Londra Anna Pavlova con il cigno Jack nella casa di Londra

Venerata dalle élites, apparteneva anche alle masse, Anna Pavlova, che conquistò il pubblico senza distinzioni, fissando per sempre l’immagine e lo stile della ballerina classica.

Gemma del Teatro Mariinskij, a San Pietroburgo, l’ultima protégée di Petipa aveva ai suoi piedi l' aristocrazia del tramonto imperiale, ma agli albori del Novecento volle tentare l' avventura europea, cogliendo come Djagilev l' infatuazione dell’Occidente per l' esotismo russo.

Da Parigi, dove danzò accolta come una dea dalla noblesse culturale, scelse di trasferirsi nell’ancor più cosmopolita Londra.

Imperatrice dei teatri del West End, la Pavlova visse ad Hampstead Heath, facendo di lvy House, occultata da muri d’edera, la sua residenza d’elezione, l'approdo tra una tournée e l’altra. Nel parco degradante fino al laghetto dove nuotavano i cigni capeggiati dal preferito Jack, accanto a fenicotteri e uccelli esotici portati dai suoi Viaggi, Anja svolazzava tra lo stagno di ninfee, le bordure di tulipani e i cespugli di lillà come l’eterea jardinière di un balletto romantico.

La dimora dalla facciata Arts and Craft era stata scelta dalla ballerina anche per il luminoso salone al primo piano trasformato in sala da ballo, dove provare con il prediletto maître de ballet Enrico Cecchetti e dare lezione alle sue allieve in chitoni candidi.
Accanto le sue stanze, decorate di paraventi cinesi e manufatti orientali, con gli sgargianti figurini di Leon Bakst e le stampe romantiche di Maria Taglioni alle pareti. Le cronache e le foto dell’epoca immortalano la Pavlova a Ivy House, affascinante ospite dei più deliziosi garden-parties mai tenuti a Londra.
Tra i blasonati invitati le sue cure privilegiavano gli artisti: il coreografo Michail Fokin che le aveva fatto scoprire l'avanguardia, il cantante Fèdor Saljapin suo sfidante a croquet, il pittore Aleksandr Jakovlev compagno di terme e scultura a Salsomaggiore.

Anche con Charlie Chaplin ebbe un’amicizia spensierata: li ricordano ridere a tavola imitandosi l’un l’altra: lui il Cigno morente, lei la camminata di Charlot.

La vita austera da vestale della danza non impediva alla Pavlova di curare la sua immagine di creatura di stile, immortalata da Vogue o Tatler. Testimonial di abiti, scarpe, creme di bellezza, si aggirava come fosse in scena da Selfridge, il luxury departement store in Oxford Street che le dedicò anche una vetrina.
Ambasciatrice di Tersicore in ogni angolo della terra, i ballerini della sua troupe ricordavano “Madame” sempre impeccabile nelle sue mises da viaggio, anche quando scendeva da treni e piroscafi dopo una notte in cabina per offrirsi ai fotografi.
Se non trascurava mai l’aspetto pratico del suo abbigliamento, indossava tutto con naturale eleganza: dagli abiti della Belle Epoque alle silhouettes décontractées degli anni Venti, dalle tuniche ‘Delfo’ di Mariano Fortuny ai composés maschili alla Coco Chanel.
Merito della sua figura sottile e flessuosa che aveva spazzato via i canoni della ballerina procace e muscolare fin de siècle, e di quel viso aristocratico venuto da chissà dove viste le origini proletarie. Appassionata di pellicce di cincillà, zibellino e karakul, divertita dai cappelli con piume di struzzo o falco, la ballerina aveva una vera e propria mania per le scarpe, come ben sapevano coloro che per ore la accompagnavano per negozi a scegliere le più adatte ai suoi piedi meravigliosamente arcuati. Le sue preferite erano un paio di Mary Jane rosse con tacco a rocchetto, morbide e flessibili, che si era fatta confezionare in serie.

Ma era il tutù del suo assolo emblema, La morte del cigno, il capo feticcio di Anna Pavlova: disegnato da Bakst, con le ali dell' animale sulla gonna e una pietra rossa come una ferita sul petto, la ballerina non lo indossava mai più di due volte prima che fosse rinnovato. Lo accompagnava ovunque: “portatemi il mio tutù”, chiese prima di spirare, a poche ore dallo spettacolo.

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